424 58. Mentre, come si è detto, il numero
dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle
Spoletana. Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi
uccelli d'ogni specie, colombe, cornacchie e «monachine».
Il servo di Dio, Francesco, che era uomo pieno di ardente
amore e nutriva grande pietà e tenero amore anche per
le creature inferiori e irrazionali, corse da loro in fretta,
lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo
che lo attendevano, li salutò secondo il suo costume.
Ma notando con grande stupore che non volevano volare via,
come erano soliti fare, tutto felice, li esortò a voler
ascoltare la parola di Dio. E tra l'altro disse loro: «Fratelli
miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore
perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare
e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili
tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell'aria
limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre
e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione». A queste
parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati
presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo
la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando
le ali, aprendo il becco e guardando a lui. Egli poi andava
e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua
tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno
di croce dando loro licenza di riprendere il volo. Poi anch'egli
assieme ai suoi compagni riprese il cammino, pieno di gioia
e ringraziava il Signore, che è venerato da tutte le
creature con sì devota confessione.
425 Siccome poi era uomo semplice, non per natura
ma per grazia divina, cominciò ad accusarsi di negligenza,
per non aver predicato prima di allora agli uccelli, dato
che questi ascoltavano così devotamente la parola di
Dio; e da quel giorno cominciò ad invitare tutti i
volatili, tutti gli animali, tutti i rettili ed anche le creature
inanimate a lodare e ad amare il Creatore, poiché ogni
giorno, invocando il nome del Signore, si accorgeva per esperienza
personale quanto gli fossero obbedienti.
426 59. Un giorno, recatosi ad Alviano a predicare
e salito su un rialzo per essere visto da tutti, chiese silenzio.
Ma mentre tutti tacevano in riverente attesa, molte rondini
garrivano con grande strepito attorno a Francesco. Non riuscendo
a farsi sentire dal popolo per quel rumore rivolto agli uccelli,
disse: «Sorelle mie rondini, ora tocca a me a parlare,
perché voi lo avete già fatto abbastanza; ascoltate
la parola di Dio, zitte e quiete, finché il discorso
sia finito». Ed ecco subito obbedirono: tacquero e non
si mossero fino a predica terminata. Gli astanti, stupiti,
davanti a questo segno dicevano: «Veramente quest'uomo
è un santo e un amico dell'Altissimo!». E facevano
a gara per toccargli le vesti con devozione, lodando e benedicendo
Iddio. Era davvero cosa meravigliosa, poiché perfino
le creature prive di ragione sapevano intendere l'affetto
fraterno e il grande amore che Francesco nutriva per esse!
427 60. Una volta, presso Greccio, gli fu portato
da un confratello un leprotto preso vivo al laccio, e il santo
uomo, commosso, disse: «Fratello leprotto, perché
ti sei fatto acchiappare? Vieni da me». Subito la bestiola,
lasciata libera dal frate, si rifugiò spontaneamente
nel grembo di Francesco, come a un luogo assolutamente sicuro.
Rimasto un poco in quella posizione, il padre santo, accarezzandolo
con affetto materno, lo lasciò andare, perché
tornasse libero nel bosco; ma quello, messo a terra più
volte, rimbalzava in braccio a Francesco, finché questi
non lo fece portare dai frati nella selva vicina. Lo stesso
accadde con un coniglio animale difficilmente addomesticabile,
nell'isola del lago di Perugia .
428 61. Altrettanto affetto egli portava ai pesci,
che, appena gli era possibile, rimetteva nell'acqua ancor
vivi, raccomandando loro di non farsi pescare di nuovo. Un
giorno standosi egli in una barchetta nel porto del piccolo
lago di Piediluco, un pescatore gli offrì con riverenza
una tinca che aveva appena pescato; egli accolse lietamente
e premurosamente quel pesce, chiamandolo fratello poi lo ripose
nell'acqua fuori della barca e cominciò a lodare il
nome del Signore. E per un po' di tempo il pesce, giocando
giulivo nell'acqua, non si allontanò, finché
il Santo, finita la preghiera, non gli diede il permesso di
partirsene.
429 Ecco come il glorioso padre Francesco, camminando
per la via dell'obbedienza e della perfetta sottomissione
alla volontà divina, si meritò sì grande
potere da farsi obbedire dalle creature! Perfino l'acqua infatti
si mutò in vino per lui, quando giaceva gravemente
infermo nello Speco di Sant'Urbano (presso Terni). Appena
ne bevve, guarì e tutti capirono che si trattava davvero
di un miracolo.
E veramente non può essere che un santo colui al quale
le creature obbediscono in questo modo e se ad un suo cenno
cambiano natura gli stessi elementi!